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Bucciddatu o cucciddatu, o altre varianti a seconda dell’area linguistica.

Il panettone in Sicilia è una assoluta modernità.

 Vero dolce della tradizione natalizia regionale, è una bellissima corona decorata, colorata di canditi e farcita con frutta secca, fichi, uva passa, spezie, marmellata di arance. Espressione della biodiversità agraria siciliana.

Il bucciddatu era il re delle festività natalizie, ma molti altri dolci sono simbolo del più atteso evento dell’anno.

Alcuni hanno nomi incomprensibili anche per chi ancora li pronuncia, come i tirrimmulluri che si preparano a Randazzo (Ct), sull’Etna (https://bit.ly/391Z2vO). Ma è solo uno dei tanti modi di indicare gli antichi dolci a base di mosto cotto

 

tirrimmulluri

 

 

Più conosciuti in tutta la regione col nome mostaccioli,

mostaccioli Musumeci

(Mostaccioli della Pasticceria Musumeci di Randazzo, Ct)

 

anche se questi presentano varianti con miele al posto del mosto cottoo si differenziano nettamente come quelli di Erice (https://bit.ly/2ECbrJ4)

 

 

mostaccioli Erice

( I mostaccioli eicini di Maria Grammatico)

 

  Se invece la base dell’impasto è la frutta secca, entriamo nell’area dei nucattuli, ancora ampiamente diffusi nella regione, con le relative distinzioni tra aree geografiche. (Una ricetta alternativa qui https://bit.ly/2Meiewv

 

 

cantucci

 

Pezzetti croccanti di torrone, e gommose formine di mostarda d’uva (https://bit.ly/2Q6WG6h) e cotognata completavano il quadro della natività siciliana.

 

mostarda e cotognata

  

 Raccontare i dolci della tradizione siciliana, qualunque sia il dolce, qualunque sia il luogo in cui ha avuto origine, significa raccontare la storia di un popolo nei suoi aspetti sociali ed antropologici, e sviscerare il vissuto di una comunità ed il suo rapporto di scambio con il territorio e le materie prime

 

torrone 

  

La pasticceria casalinga siciliana è emblema e sintesi dell'evoluzione di una cultura in cui convergono le influenze di molte altre culture, di tutte quelle che hanno dominato un popolo che, sebbene sottomesso, si è espresso riversando nel rapporto con il cibo, dalla produzione delle materie prime alla tavola, il suo modo di essere e di relazionarsi con gli altri e con ogni sfera che attenga alla vita umana.

La religione ha un ruolo cruciale in questo percorso a ritroso.

Il dolce è consolazione, ricompensa, è la carezza che non trovava coraggio né spazio tra il duro lavoro quotidiano. 

 

cotognata pezzetti

 

Sebbene la cultura fosse quella della gestualità ostentata, espressione di personalità forti e mezzo grazie al quale costruire la propria identità, era spesso solo lì, nel sostegno alla comunicazione verbale e nel lavoro che aveva campo di azione.

In quel contesto culturale, esternare i propri sentimenti non era cosa semplice, anzi era forse considerato sintomo di debolezza. 

La società patriarcale, in cui i bambini non vivevano appieno la loro infanzia poiché vi era la necessità che diventassero presto adulti, esigeva rigore e non lasciava spazio ai sentimentalismi, perchè braccia che lavorassero servivano meglio delle carezze.

Ma in quello stesso contesto, dove così ferrea era l'osservanza delle regole religiose, che spesso imponevano la privazione dei piaceri del corpo, la gola come la lussuria non riuscivano ad essere domate. 

Ed il dolce diventa trasgressione e peccato, ma non si può farne a meno, così lo si riconduce alla sfera del lecito e per fare ciò si offre a quella stessa divinità che vieta di godere dei piaceri del palato, perchè, se lo si condivide non è più peccato. 

 

lune

( Le Lune, dolce di Natale tipico di Paternò, Ct)

Ad ogni festa del calendario liturgico religioso, ogni paese della Sicilia dedica il meglio che le antiche massaie riuscirono a tirar fuori dagli ingredienti di cui disponevano, per offrire ad adulti e piccini quella carezza di cui tutti, almeno ogni tanto, hanno bisogno.

Così ancora oggi, con buccellati, mostaccioli, torroni, perpetuiamo il rito di farci coccolare dalle tante prelibatezze che vogliono significare il Natale.

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Una miscela di farine da grani antichi siciliani sta conquistando panifici e pizzerie in numero sempre maggiore, è Rosso di Sicilia, prodotto di punta della gamma “Le farine di Giovanni Billeri”.

La lunga esperienza nella molitura di Giovanni Billeri, lo ha condotto nella ricerca di una miscela perfetta per il suo ideale di pane, l’omonimo Rosso di Sicilia. Giovanni ha selezionato alcune varietà di grani antichi siciliani, per poi bilanciare le percentuali nelle farine e creare un perfetto equilibrio di sapori e profumi, esaltato dalla macina a pietra.

 

logo

 

La versatilità della farina Rosso di Sicilia, facilita nell’ideare ricette sempre diverse, che siano nuove o personalizzazioni di quelle già esistenti.

Questa volta l’input è dato dal desiderio di poter portare fuori casa uno snack genuino, privo di conservanti e additivi e comunque a medio-lunga conservazione.

Così ho ideato i crackers aromatizzati, che mi supportano, insieme alla frutta secca, negli spuntini che intercorrono tra i pasti principali.

 

profilo

Quando si trascorrono intere giornate fuori per lavoro, è altissimo il rischio di avere attacchi di fame ed acquistare la prima cosa che ci capiti a tiro, ovvero prodotti industriali ricchi di sostanze per niente nutrienti e anzi nocive.

I crackers non subiscono gli effetti da sbalzi di temperature, per questo possono essere portati sempre in borsa con noi, placando la fame improvvisa senza intaccare la forma fisica.

A casa naturalmente si spalmano di qualunque cosa ci faccia gola! Dai formaggi freschi, ai patè; dalla marmellata alle creme dolci.

Nella ricetta che segue ho inserito una polvere di agrumi e finocchietto selvatico, aromi siciliani preparati da Sapori di Regalpetra, proprio perché ho pensato ad un consumo senza aggiunta di altri ingredienti, facendo sì che risultino più appetitosi.

 

polvere interno

 

      Ingredienti

260 gr  farina Rosso di Sicilia

180 gr  acqua

   1  gr  lievito di birra

   1       cucchiaio olio evo bio

   1       cucchiaino sale

   1       cucchiaio polvere di agrumi e finocchietto Regalpetra ( a piacere)

         PREPARAZIONE

  • Scaldare poco l’acqua, appena è tiepida sbriciolarvi il lievito e sciogliere bene.

 

farina e aromi

 

  • In una ciotola capiente versare la farina, aggiungere il cucchiaio di aromi e miscelare. Versare l’acqua con il lievito ed iniziare ad impastare, alla fine aggiungere l’olio ed il sale , continuare ad impastare finché diventa liscio ed elastico.
  • Coprire con una pellicola e lasciare a riposare tre ore circa.

 

panetto e rotella

 

  • Riprendere l’impasto, suddividerlo in panetti, stendere con il matterello delle lunghe strisce rettangolari, dello spessore di 2-3 millimetri.

 

 

striscia intera

 

 

  • Suddividere i crackers con un coltello affilato o una rondella, tagliando prima in maniera decisa per formare il singolo cracker e poi delicatamente procedere con un unica linea orizzontale al centro per creare il punto di divisione.

 

sul tagliere

 

  • Bucherellare con uno stuzzicadenti le superfici, sistemare su una teglia ricoperta da carta da forno e far cuocere a 180° per 10- 15 min.

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Tuesday, 12 March 2019 09:38

Macco di fave fritto

 La mia dieta è prevalentemente vegetariana, per gusto e per moltissime altre ragioni che molti sottovalutano ed altri proprio non vogliono sentire, 

“Perchè noi, nella nostra cucina tradizionale abbiamo la carne, il pesce e tutto. Questa nuova abitudine di non mangiare carne è solo una moda”.

La vera moda in cucina, oggi fortunatamente riguarda altro, ed è materia di tanti bravi chef.

Ma inutile qui disquisire su questioni ambientali ed etiche, meglio focalizzarsi esattamente sulla tradizione.

La carne ed il pesce, non erano presenti quotidianamente sulle tavole, non per chi non fosse ricco, anzi. 

La maggior parte delle ricette nella cucina popolare impiegava ingredienti che vengono definiti poveri. Alimenti ricchi di nutrienti che hanno sfamato e sostentato le popolazioni preindustriali.

 

fave 3 

 

Le rese delle semine di cereali, legumi e patate, hanno decretato la sopravvivenza di migliaia di persone, come anche la morìa.

La ricetta che propongo di seguito attiene alla nostra (siciliana) tradizione gastronomica.

 

 

copertina 2

 

 

Il macco fritto, è la versione, come si direbbe oggi “gourmet” di un piatto storicamente definito povero.

Ma cosa significa povero? Cosa c’è di povero in un questo piatto? 

Semina, raccolta e successive fasi, dalla pulizia al confezionamento, di legumi e farine richiedono mesi di sforzi da parte di uomini, mezzi e terra, nonché la benevolenza dei cicli lunari e delle condizioni atmosferiche.

C’è poi il lavoro di cucina. C’è la matrice della creatività culinaria, quella sviluppata nella disperazione (e qua si) della povertà. 

C’è la fame, perché piatti come questi nascono dalla fame, di cibo e di sopravvivenza. 

 INGREDIENTI

300 gr spaghetti perciasacchi “Antichi Granai”

300 gr fave secche già ammollate

3 l acqua

2 foglie di alloro

200 gr pecorino stagionato grattugiato

300 gr   Farina di Maiorca “Antichi Granai”

300 gr.   Pangrattato

3 uova

Olio extravergine d’oliva

Finocchietto selvatico

Sale marino

Spaghetti                  

Maiorca. 2jpg

 

 

 

 

 

 

 

PREPARAZIONE

 

Cuocere le fave in acqua bollente salata insieme alle foglie di alloro (il tempo di cottura dipenderà dalla varietà del legume). 

Spezzare lo spaghetto a metà, versare nell’acqua delle fave quando queste sono già morbide e far cuocere ancora 20 min. circa e comunque finché la minestra non si addensa.

 

pasta spezzata cruda bella

Ungere con olio d’oliva una teglia di circa 29 x 25 cm, versare il macco e livellare con il dorso del cucchiaio e lasciare raffreddare per 4 ore a temperatura ambiente, dopodiché ricoprire con pellicola e riporre in frigo per 12 ore.

 

 

Teglia laterale 2

Sformare il macco dalla teglia facendo attenzione a non romperlo, tagliarlo a quadrati e passare questi prima nella farina, poi nell’uovo battuto con il finocchietto tritato ed infine nel pangrattato. 

 

Nelluovo

 

 

panati

 

 

Friggerli in olio d’oliva.

 

frittura

 

Scolare su carta assorbente e sistemate su un piatto guarnendo con altro finiocchietto fresco tritato.

 

carta assorbente

 

copertina ultimajpg

 

 

 

 

 

 

 

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Friday, 22 September 2017 15:35

Biscotti con farina d'orzo del Salento

Taranta, Tarantola, Taranto. Puglia.

Non è uno scioglilingua né parte di un testo poetico colmo di allitterazioni e assonanze, sebbene l’aspetto musicale abbia qui grande valenza. Piuttosto un brevissimo excursus  etimologico volto a esemplificarmi il nesso tra un ragno e una spiga.

Cosa c’entri col tema la raccolta del grano è esattamente il focus su cui voglio indagare, inseguendo la mia insaziabile curiosità in relazione all’origine di ogni cosa.

La danza popolare della taranta è l’evento catartico in una società che, reiterando un dato modello culturale, ha portato in scena una commistione di riti e simbolismi pagani e cristiani.

La taranta, intesa come fenomeno culturale popolare dell’Italia meridionale, è stato scientificamente studiato e registrato dall’antropologo Ernesto de Martino negli anni ‘50, anche tramite un documento filmato le cui immagini appartengono alla storia italiana.

Le donne salentine, prese da terribili tormenti in seguito all’avvelenamento causato dalle tarantole durante la raccolta del grano, si affidavano alle preghiere in onore di San Paolo, guaritore dai morsi di ragni e serpenti (celebrato non a caso il 29 giugno, periodo clou per la raccolta del grano), ed al contempo alle note che i musicisti dovevano intonare ed accordare alle varie fasi del tormento, finchè la danza liberatoria vedesse stremata in terra e quasi esanime la poverina.

L’ultimo episodio di danza isterica si ebbe nel 1993. Poi la rottura con la tradizione e  il rischio del dimenticatoio, scongiurato negli ultimi anni grazie ad alcuni giovani musicisti che, alla ricerca delle loro radici, recuperano e ripropongono le musiche “terapeutiche” con un successo tale da dare vita, ogni anno, ad un festival dedicato.

Danza, grani, tradizioni popolari, esoterismi e magia, tutti attrattori per me potentissimi. Intraprendo quindi, un viaggio in Salento e scelgo tra le tappe obbligate la visita a Galatina.

Qui si trova la cappella di San Paolo (set del documentario di De Martino), e sono curiosa di sporgermi a guardare dentro pozzo la cui acqua era ritenuta miracolosa per gli avvelenati.

E’ il viaggio della mia vita, quello alla ricerca di microcosmi dal passato fitto di miti, demoni, colpe ed espiazioni di una umanità che vorrebbe ma non può staccarsi dalla terra madre, la quale l’addolcisce e l’avvelena, coi suoi frutti o coi morsi di terribili ragni.

La ritualità pagana (da cui anche questo fenomeno si origina), ha sempre l’addentellato in fasi dell’anno cruciali per il rapporto tra l’uomo e la terra. Tra questi celebrato soprattutto il momento della raccolta dei frumenti, che stabiliva la capacità di sostentamento nutrizionale per un intero anno.

Così arrivo a Galatina (Lecce), seguendo i percorsi del grano.

La mia strada sembra peraltro ormai segnata, non appena scesa dall’auto mi trovo di fronte un magazzino abbastanza modesto, sulla cui insegna al di sopra delle vetrate leggo “ Molino Lisi”. Sono una predestinata!

Entro ed inizio a curiosarie tra i sacchi delle varie farine, comincio a fare domande, molte domande! Clarissa è gentile e disponibile, quasi stupita del mio interesse e mi fornisce ogni dettaglio in merito la provenienza del grano e la macina, intervengono anche il fratello, Michele, ed il padre dei due ragazzi, che infine mi confessa di aver sperato si concludesse con lui l’ultima di tre generazioni di mugnai, ed invece quasi rammaricato mi dice:

“Hanno studiato, ma non vogliono saperne d’altro, vogliono fare i mugnai, mah!”

Intanto hanno ricominciato a seminare il loro Senatore Cappelli, ed a sperimentare con sementi di frumenti siciliani quali il Simeto e l’Orizzonte, mentre continuano la tradizione dell’orzo e del grano arso.

Ovviamente acquisto campioni di tutto ciò che è li presente, parlo loro di “Simenza – cumpagnia siciliana sementi contadine” e mi convinco che a brevissimo diventeranno dei nostri.

 Complimenti fratelli Lisi!

BISCOTTI CON FARINA D’ORZO.

INGREDIENTI

210 gr Farina di grano duro senatore Cappelli

 90  gr  Farina d’orzo

 80   gr zucchero di canna integrale

½    bicchiere latte di mandorla

2      cucchiai  di yogurt bianco intero

1      cucchiaino raso di cannella

3      cucchiai olio evo

1      cucchiaino di polvere lievitante per dolci bio

PREPARAZIONE

In una ciotola capiente versare le farine miscelandole per bene, aggiungere lo zucchero, la cannella e la polvere lievitante.

 Proseguire amalgamando con il latte, lo yogurt, l’olio evo. Quando l’impasto è omogeneo lavorare ancora un po’ poi passare alla formatura dei biscotti.

Poiché l’impasto risulta un po’ appiccicoso, sarà più facile creare le palline inumidendosi di tanto in tanto le mani con dell’acqua.

Sistemare le palline su una placca ricoperta da carta forno, schiacciarle leggermente col palmo della mano ma facendo attenzione che rimanga la distanza sufficiente alla lievitazione.

In forno ventilato aa 170 gradi per 20-25 min.

Riferimenti bibliografici.

https://rinabrundu.com/2014/01/09/sulletimologia-del-toponimo-taranto-e-dellappellativo-tarantola/

http://www.ilcantastorie.info/primopiano_tarantismo.htm

https://www.youtube.com/watch?v=ZBBvST3WqRs

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Friday, 25 November 2016 17:19

La ricca tradizione di un biscotto povero

Lucia è una donna dolce e delicata nei modi come poche, ciò non la esime dal lavoro faticoso dei campi in cui segue fedelmente il marito, e dove invece esprime tutta la forza vitale che contraddistingue, in taluni casi,

il genere.

La campagna, la famiglia, la vita domestica. Termini che richiamano ideologicamente la semplicità, ambiti invece in cui si consumano le più grandi passioni o tragedie dell’umanità.

Ed è probabile che l’impoverimento culturale e sentimentale della società abbia avuto inizio quando le donne hanno distolto l’attenzione che tali sfere necessitano, suppongo per stanchezza atavica più che per superficialità.

Quella stessa forza ancestrale però, è talmente radicata nei DNA da non permettere che il germe della storia che fin qui ci ha condotti si estingua.

Quando ho chiesto a Lucia quale fosse il dolce della tradizione preparato nella sua famiglia d’origine, ha esitato nella risposta e la sua espressione è diventata incerta, titubante.

Inizialmente ho creduto che il ricordo fosse talmente lontano da essersi perduto, rammaricandomene. Allora lei, in tutta la sua semplicità e spontaneità, ad un certo punto mi risponde

“ Quando noi facciamo il pane, utilizziamo una parte dell’impasto per farne biscotti, aggiungendo zucchero ed altri ingredienti”.

Nell’utilizzo del verbo al presente si scioglie il mio timore.

Non si è spezzato il legame con la tradizione, è, al contrario, talmente intriso nella quotidianità da non riuscire a distinguerlo.

Non esiste un prima e un dopo l’industrializzazione, hanno continuato a seminare e produrre il grano, con le loro farine a preparare il pane e cuocerlo nel forno a legna, e, seguendo la logica di un’economia domestica in disuso, a riarrangiare l’impasto per regalare un momento di dolcezza alla famiglia.

“Sacrificando” parte del pane in pasta, a cui vengono aggiunti pochi ingredienti, Lucia continua a sfornare quelli che definisce semplicemente “biscotti con il lievito”, senza aver mai pensato al fatto che potessero avere una specifica denominazione o una tradizione.

Semplici, genuini e buoni, come la cara Lucia.

INGREDIENTI

Farina mista di grano duro e tenero                    kg 1

(Lucia ha usato una miscela di maiorca, russello e perciasacchi)

Lievito naturale                                                    250 gr

Zucchero                                                              250 gr

Strutto                                                                  250 gr

Scorza grattugiata di 2 limoni

Acqua, quanta ne basta a far rapprendere l’impasto.

PREPARAZIONE

Qualora si partisse direttamente dall’impasto dei biscotti, piuttosto che dal pane in pasta, si procede innanzitutto sciogliendo il lievito madre in acqua, questo deve essere poi aggiunto alla farina insieme alla quantità d’acqua necessaria a creare un impasto elastico.

Si lavora dunque a lungo come accade per il pane, aggiungendo poco a poco il resto degli ingredienti facendo in modo di incorpararli omogeneamente.

L’impasto si lascia lievitare per diverse ore, coperto da uno strato di pellicola. Quando avrà raddoppiato il suo volume si potrà procedere alla messa in forma dei biscotti ed alla cottura.

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Saturday, 26 March 2016 10:52

A cullura

Poco importa se con l'approssimarsi della Pasqua gli scaffali dei supermercati, e le nostre case di conseguenza, si affollino di colombe di panettone farcite con creme golosissime e uova di cioccolata, la " cullura" o "cuddura" è il vero simbolo di questa festa della rinascita in Sicilia.
La circolarità della forma originaria da cui deriva il termine ( kollura in greco è corona), simboleggia il cerchio della vita e dunque anche la rinascita nella concezione cristiana. Fortemente simbolico in tal senso è l'uovo posto quasi a suggellare queste corone sacre, elemento immancabile che rappresenta la vita che si crea.
Da diversi anni, a modernizzare il dolce e renderlo più appetibile alle nuove generazioni, piccole uova di cioccolato avvolte in colorate stagnole decorano ed arricchiscono un impasto semplice nei suoi ingredienti, perlopiù uova, zucchero e farina.
Il cibo ancora come espressione di una cultura che, nonostante la globalizzazione e le fortissime influenze mediatiche, combatte per sopravvivere poichè vi è una grande volontà di ricollocarsi in un contesto culturale dalle radici profonde, contro al vuoto di contenuti verso cui oggi si è spinti da chi ha il compito di manovrarci.
Rinasciamo ogni volta che ci imbattiamo in qualcosa di cui quasi ci eravamo dimenticati, che ci suscita forti emozioni scuotendo le nostre anime ed i nostri istinti. Quando ciò accade mediante il cibo, ecco spiegato il mistero dell'eucarestia.

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Thursday, 17 March 2016 10:38

Zeppole di San Giuseppe

 

 Dopo la sperimentazione con le zeppole di grano che ho proposto qualche mese fa, ritorno alla tradizionale ricetta.

E’ indubbiamente meno laboriosa e, ad avviso mio e di tutti quelli che hanno potuto fare la differenza, di gran lunga più buona!

Il riso è morbido e soffice, decisamente più idoneo rispetto al grano in chicchi per l’impiego nei dolci, pastellato con latte e farina diventa una nuvola da sciogliere in bocca.  

Per fortuna le preparo solo in due occasioni l’anno, perché ne potrei mangiare chili.

Sto cercando di raccogliere quante più informazioni possibili in merito le coltivazioni del riso in Sicilia, interessante l’articolo del dott. Paolo Caruso, che pubblico contestualmente nella sezione “blog” del sito.

Oltre che per gli aspetti storico-culturali, è importante indagare sulle varietà che furono coltivate nei secoli addietro. Questo per comprendere l’origine delle ricette tradizionali che ancora oggi prepariamo.

Non è vero che ci portiamo dietro dalla nostra antenata gastronomia proprio tutto, molte pietanze sarebbero oggi improponibili per il loro mix di ingredienti, per il loro sapore troppo “forte” o “selvaggio” (qui soprattutto pensando a carni o parti di animali…), e anche perché le nuove generazioni hanno (abbiamo) assimilato abitudini alimentari che mirano alla ricerca del gusto industriale, cioè dei prodotti il cui sapore è falsato dalla chimica.

Quando invece si parla di zeppole o arancini di riso, il successo è trasversale in quanto a tempi e luoghi, dal momento che non solo i siciliani ne vanno ghiotti.

E tornando al riso in Sicilia, mi incuriosisce moltissimo il fatto che le ricette tipiche nostrane lo impiegano quasi sempre in preparazioni in cui esso è “ammassato”, addensato insieme altri ingredienti.

Oggi non è comunque arrivato il momento di tirare conclusioni, anche se molto ho già immagazzinato. Per approfondire vi rinvio intanto all’articolo di Paolo Caruso.

Di sicuro però è il giorno in cui posso regalarvi la mia speciale ricetta delle zeppole (o sfinci) di riso.

 

INGREDIENTI:

  • 400 gr riso per arancini
  • 400 gr farina di maiorca
  • 1 l   latte fresco intero
  • stecche di cannella
  • scorza d’arancia
  • cannella in polvere
  • lievito secco bio
  • miele di fiori d’arancio bio
  • 400 ml acqua
  • sale q.b.
  • olio per friggere 

 

 

PREPARAZIONE:

La sera prima di preparare le zeppole, far bollire il riso in 400 ml di latte in aggiunta all’acqua, insieme a qualche stecca di cannella ed alla scorza grattugiata di due arance. Salare q.b. 

Il riso a fine cotture dove avere assorbito tutti i liquidi e rimanere cremoso, se così non fosse aggiungere acqua bollente finchè necessario.

L’indomani, intiepidire circa 200 ml di latte, aggiungere un po’ di lievito e versare sul riso rappreso per renderlo di nuovo morbido e umido. A questo punto versare poco alla volta la farina e mescolare fino a quando non si avrà un impasto omogeneo ma dalla consistenza molle, una pastella. Se necessario aggiungere dunque altro latte.

Ricoprire il contenitore contenente l’impasto con pellicola e lasciar riposare circa 3-4 ore.

Una volta lievitato portare a temperatura l’olio e tuffare le zeppole, rigirandole finchè non risulteranno be dorate. Adagiare su carta assorbente per eliminare l’eccesso di olio.

Quando saranno ben asciutte e tiepide, sciogliere il miele a bagnomaria con un paio di chucchiai d’acqua, versarlo caldo sulle e zeppole e spolverare con cannella in polvere.

 


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