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Friday, 08 July 2016 17:12

La montagna custode di grani antichi siciliani

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Quando l'uomo dialogava con la natura, chidendole cosa lei, con il lavoro di lui, potesse offrirle, anche il più piccolo fazzoletto di terra era messo a coltura.

Quando l'uomo ha avuto la capacità di eludere la forza di gravità, sradicandosi dal suolo per rincorrere la luna cibernetica, è giunto tanto lontano da perdere il contatto con chi lo ha generato.

Siamo abituati, per pigrizia indotta da chi ne ha interesse, a ragionare per stereotipi.

Spesso sono quelli creati dalla cultura medievale religiosa, nella quale ancora ci crogioliamo volentieri, per cui l'idea di inferno, purgatorio e paradiso rimanda per concetti a quelli stigmatizzati dal sommo poeta, e per immagini ad opere d'arte che non smetteremo mai di ammirare.

Un campo di grano però, attinge da stereotipi un pò più recenti, inculcati da tanta pubblicità che ha educato le masse all'idea che le distese d'oro dovessero essere pianeggianti, uniformi, immense, adiacenti ad corso d'acqua a ridosso di cui spiccava un piccolo mulino, con il tetto rosso, la ruota color legno ed intonacato in bianco (che si poteva ricevere in casa previa raccolta punti).

Quello è il grano, abbiamo sempre pensato, ed esiste solo quel tipo di grano.

I grani di montagna rientrano in quella parte di biodiversità che in Sicilia, nel post dopoguerra, si è quasi o del tutto estinta.

Nonostante l'enorme importanza di questa materia prima, una serie di fattori concomitanti contribuirono affinchè i contadini abbandonassero quasi definitivamente le colture di varietà dalle qualità nutrizionali e gustative eccellenti.

Bisogna adesso cercarne la traccia, la testimonianza viva, per recuperare una parte importante della storia dell'uomo nel suo legame con il cibo e dunque con il territorio che lo ha accolto in un rapporto di scambio e dialogo vitale.

Il grano ed i cereali sono alimenti basilari nella piramide dell'alimentazione, e non perchè ora lo hanno stabilito medici e nutrizionisti, ma da quando, secoli addietro, i nostri avi compresero che se non fossero riusciti a garantirsene una quantità minima idonea, i loro figli non sarebbero sopravvissuti.

Emblematica l'espressione, di uso ancora attualissimo, "gli manca il pane", dove pane è sineddoche di cibo.

Per cui, anche coloro che vivevano in luoghi non apparentemente vocati alla coltivazione del grano, si adoperarono in una terra che persino nelle più aride ed improbabili zone laviche nasconde una vivacissima fertilità.

Certo, le condizioni morfologiche del terreno resero ancora più difficile il lavoro di uomini e buoi, ma l'ingegno guidato dalla fame ebbe partita vinta.

Ora qui la fame non si conosce più e l'ingegno pare migri tutto all'estero, che per

ringraziarci ricambia esportandoci il perfetto grano che ci rivende quel mulino intonacato di bianco di cui sopra.

Eppure nel territorio dei Nebrodi, un contadino custode non ha mai smesso di piantare le varietà di grano che i suoi appezzamenti da generazioni gli consentono di produrre, senza mai passare dall'impiego di concimi chimici.

Qui, a fare da fertilizzanti ed al contempo antiparassitari, bastano le escursioni termiche, il sole, l'aria di montagna e gli sguardi miti degli animali domestici che pascolano nei dintorni.

In un caldo pomeriggio di fine Giugno, tra i campi di grano di Pippo Conti e l'affabile moglie Lucia, è facile perdere la bussola del tempo, cercando di comprendere se le spighe siano pronte alla falce della mietitrebbia.

Nessuono strumento di precisione da laboratorio, nessuno che sia più evoluto dei sensi umani.

Le mani nodose accarezzano le reste, spezzano il fusto, sfregano la spiga; lo sguardo accompagna alla bocca i chicchi, ma l'udito comprenderà ancor prima del palato e della lingua se la croccantezza è quella giusta.

Si procede così passando dalla varietà sammartinara, per il margherito, il perciasacchi, il russello e la timilìa, tra le irregolarità del terreno montuoso.

Irregolarità che si ripercuotono sulla maturazione, non ancora omogenea.

Siamo a Maniace, poco meno di 900 m s.l.m., in quella che fu la ducea dell'ammiraglio britannico Horatio Nelson.

L'azienda agricola biologica " Montagno Sebastiana", non è frutto di un progetto imprenditoriale ma la naturale conseguenza di chi ha una connessione così forte con il proprio territorio da non poter fare a meno di rapportarsi produttivamente con esso.

Uno sguardo all' Etna e subito si ritrova la bussola. Con lei dinnanzi è istantanea la collocazione nello spazio, ed anche nel tempo.

Le rare tracce di neve lì in cima, segnalano che qui in montagna l'estate piena deve ancora iniziare.

Last modified on Saturday, 07 January 2017 07:32
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